Esto no es un solar.

Ciao a tutti,

oggi vorrei condividere con voi un buon progetto che ha preso piede a Zaragoza nella mia amata Spagna e che ritengo possa essere uno stimolo per molte altre città, perché no, anche sarde.

Il nome “Esto no es un solar”, che tradotto letteralmente significa “Questo non è un terreno” si rifa al titolo dell’opera di Magritte “Ceci n’est pas une pipe” e vuole far riflettere sul fatto che ciò che vediamo in un’opera d’arte in realtà non sia l’oggetto reale, ma una sua rappresentazione. Seguendo questo filo logico, Esto no es un solar pone l’accento su cosa sia realmente uno spazio vuoto all’interno della città. Può essere visto solo come uno spazio degno della più brutale speculazione edilizia, oppure può diventare uno spazio collettivo destinato ad ospitare le attività più disparate, anche se per un tempo limitato?

Esto no es un solar non è tanto un progetto quanto un programma, nato a Zaragoza nel quartiere di San Pablo come prolungamento di un festival cittadino di arte urbano chiamato “En la frontera” del 2006, promosso dagli architetti Patrizia Di Monte e Ignacio Gravalos. Il programma propone l’uso temporaneo di vuoti urbani all’interno della città da destinare all’uso collettivo. Questi spazi vengono attrezzati con una spesa minima e si stabilisce un contratto, generalmente di durata annuale, con il proprietario che lo cede gratuitamente all’amministrazione comunale.

Dopo accurate indagini si era notato che la zona era dotata principalmente di edifici istituzionali e che mancavano quasi del tutto aree pubbliche. Inoltre, si stava assistendo ad un fenomeno di invecchiamento della popolazione, in cui più del 32% era composta da persone over 65. La sicurezza del quartiere e la sua salubrità venivano messe in discussione dalla presenza di case vuote affiancate a spazi altrettanto inutilizzati, in cui trovavano posto immondizia e criminalità.

Jaime Lerner scrive nel suo trattato “Agopuntura urbana”: “Si un terreno se va quedando vacío, hay que traer alguna cosa a ese lugar. Cuando un lugar está vacío, tiene que llenarse inmediatamente, preferiblemente con alguna actividad de animación. E incluso instalando estructuras provisionales para consolidar algunas actividades hasta que surjan nuevos proyectos. Es la acupuntura de la creación de nuevas estructuras mediante la instalación de estructuras portátiles que se puedan colocar en un lugar para garantizar vida, para revitalizar una región, generando así la función urbana que falta.

Il programma fu suddiviso in fasi. In un primo momento furono riabilitati cinque spazi, nei quali furono impiegate quaranta persone disoccupate. La seconda fase, nel 2010, permise di ampliare la proposta ad altri quattordici spazi ubicati al di fuori del centro storico. Infine, la terza fase coinvolse altri cinque spazi.

Il programma integra i tre aspetti che compongono il concetto di sviluppo sostenibile attraverso la trasformazione di vuoti urbani in spazi utilizzabili dalla comunità lavorando su aree puntuali all’interno della trama urbana, utilizzando la metafora dell’agopuntura urbana. L’inclusione di nuovi spazi all’interno del quartiere aumenta la complessità delle funzioni presenti, l’integrazione delle classi sociali, dei generi, aumentando le occasioni di incontro, garantendo un aumento della qualità di vita dei cittadini.

I materiali utilizzati sono di basso costo e spesso riciclati; per lo più si è trattato di pittura con cui sono state colorate le pareti ed i pavimenti. Naturalmente è stato fatto in modo tale da rendere reversibili le modifiche apportate.

Purtroppo, per correttezza e completezza di informazione, bisogna dire che non è oro tutto ciò che luccica. Nonostante il programma sia partito molto bene e le intenzioni fossero ottime, ci si è scontrati con la dura realtà. Piano piano gli spazi che non erano stati affidati a delle associazioni che ne fossero responsabili sono stati oggetto di degrado e di abbandono. In alcuni casi è emersa un’interpretazione errata dei bisogni della popolazione che ha subito alcuni usi previsti e non li ha accettati. In altri casi è emerso che i materiali utilizzati non fossero quelli ottimali, ad esempio il cemento usato per costruire i tavoli da pingpong.

In conclusione, ciò che è emerso da questa esperienza è che l’esistenza di uno spazio non può prescindere dalla componente umana che lo abita. Solo coinvolgendo la popolazione nelle operazioni a monte dell’intervento si possono cogliere le sue reali esigenze. In questo modo i cittadini stessi diventano i custodi degli spazi che abitano e da cui si sentono rappresentati. Il modo migliore per garantire un futuro a questi spazi è di affidarne la gestione ad associazioni che li utilizzino, come è capitato ad uno spazio destinato ad orto urbano ed affidato ad una associazione di anziani del quartiere.

Bibliografía:
– http://wearethecityheroes.wordpress.com/20
13/01/31/zaragoza-plan-integral-del-casco-historico_
estonoesunsolar/
– http://www.heraldo.es/noticias/aragon/zarag
oza_provincia/zaragoza/2013/08/07/el_programa_est
o_solar_vuelve_vida_centro_zaragoza_244800_301.ht
ml
– http://www.paisajetransversal.org/2012/06/e
sto-no-es-un-solar-i-el-proyecto.html
– http://estonoesunsolar.wordpress.com/categ
ory/arrabal/
– http://europaconcorsi.com/projects/106000
estonoesunsolar
– http://presstletter.com/2013/01/attacchi
urbani04_la-rivincita-dellagopuntura-urbana-di
daniela-zerbini/
– Memoria anual 2009, Sociedad Municipal
Zaragoza Vivienda, SLU, p. 94-99;
– LERNER, JAIME. Acupuntura urbana. Jaime
Lerner, Institut d’Arquitectura Avançada de Catalunya.
Barcelona, IAAC, 2005. ISBN 8460964507;
– DI MONTE, Patrizia, GRÁVALOS, Ignacio.
Estonoesunsolar Zaragoza España. Paisea, Marzo 2011,
Vol. 016 Cicatrices, p. 095-099.

 

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