Bioparc Valencia.

Ciao a tutti,

Domenica scorsa, approfittando di una bella giornata soleggiata e della preziosa compagnia di Mauro, sono stata per la prima volta al bioparc di Valencia.

Sulle prime l’idea non mi entusiasmava più di tanto, dal momento che la vista di animali in gabbia mi ha sempre turbata profondamente. Ma poi ho deciso che avrei dovuto guardare con i miei occhi per poter dare un giudizio sensato.

E allora, eccoci a fare la fila al bioparc per fare i biglietti. Dopo mezzora di attesa sotto un sole cocente, con solo due sportelli aperti, finalmente arriviamo di fronte alla biglietteria e, speranzosa, mostro all’addetta la mia tessera dell’università upv, ma niente da fare, ho più di 25 anni e non ho diritto a nessun tipo di sconto.

Metto via la tessera, e non faccio nemmeno a tempo a chiudere la zip della borsa, che devo riaprirla per la perquisizione alla ricerca di cibo proibito, ahimè tutto. Così il nostro pranzo, tramezzini con provola sarda e prosciutto cotto, viene sequestrato, con la promessa che ci verrà restituito all’uscita.

Tutto questo a mezzogiorno, quando la fame iniziava a farsi sentire.

Inizialmente pensavo che questo divieto fosse dovuto al fatto che non si possa dar da mangiare agli animali, ma poi, girando l’angolo, ho notato il bar, il ristorante e i distributori automatici sparsi ovunque. Un divieto creato a misura delle tasche fameliche del parco, perché i 23,80 euro del biglietto non erano evidentemente sufficienti.

Nonostante questa critica sulla gestione del parco, devo dire che da un punto di vista paesaggistico, il parco sia stato pensato e realizzato davvero bene.

La separazione tra gli animali e i visitatori avviene attraverso la manipolazione del terreno, con la realizzazione di dislivelli e corsi d’acqua, che creano una barriera fisica, ma non visuale, proprio come succede nei giardini inglesi con il ha-ha. Il ha-ha è un fossato asciutto usato nei giardini inglesi, che serviva per separare la zona abitativa da quella agricola senza impedire che la vista potesse andare oltre i confini fisici tra le due parti e impedendo agli animali di passare da una zona all’altra.

In alcuni casi, nemmeno la presenza del vetro può impedire un coinvolgimento emotivo forte con gli animali, in particolare con gli scimpanzé.

Una famiglia intera, composta da mamma, papà e piccolo, ci ha regalato un momento di grande intensità. Il piccolo raccoglie da terra un pezzo di ghiaccio, e, accovacciato tutto solo in un angolo, se lo sta gustando, quando arriva suo padre, glielo strappa dalle mani, lo assaggia e poi lo butta via. Forse l’ha fatto per evitargli una congestione, o forse lo voleva lui, questo non potrò mai saperlo, so solo che gli occhi vispi del piccolo avevano un’umanità incredibile e non ho potuto fare a meno di chiedermi cosa sarebbe successo se la storia e la genetica avessero deciso che dovessimo essere noi umani dietro il vetro.

Devo dire anche che, nonostante tutto, molte specie sono in via d’estinzione e in quello che dovrebbe essere il loro habitat naturale, si trovano in pericolo, minacciati dai cacciatori che li uccidono per salvare il loro bestiame. Oltretutto, il fatto che ci siano nuove nascite significa che questi animali si sono adattati bene al nuovo habitat.

È proprio strano come l’uomo sia in grado di fare del bene con una mano, mentre con l’altra compie le scelleratezze peggiori.

A presto.

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